Capitolo II.     ANNUNCIARE IL VANGELO DI GESÙ

 

In questo capitolo si affronta in modo più specifico il primo annuncio, la sua fisionomia, le sue

caratteristiche ed alcune attenzioni metodologiche. Seguono alcune proposte pastorali.

IL CORAGGIO DEL PRIMO ANNUNCIO

 

L’INVITO A CREDERE

 

32. Dio ci affida il suo Vangelo

Come trovare, oggi, il «coraggio di annunciare il vangelo di Dio»? (cf. 1Ts 2,2).

C’è una diffusa sete di spiritualità, alla quale abbiamo la possibilità di rispondere con la proposta non di una serie di verità astratte, di una morale o di una filosofia di vita, ma di una persona: Gesù Cristo, crocifisso e risorto. È questo il cuore del nostro messaggio, come ci insegnano i Vangeli, le prime comunità cristiane e l'ininterrotta testimonianza dei santi nella storia della Chiesa.

E’ possibile ripercorrere in cinque passaggi un modello fondamentale di primo annuncio:

  • prende avvio da un evento sorprendenteche manifesta la vicinanza di Dio all’uomo;
  • in secondo luogo viene testimoniata la memoria viva di Gesù;
  • si fa, quindi, esplicitamente l’annuncio della sua Risurrezione;
  • c’è poi il riferimento alla testimonianzadelle Scritture,
  • soprattutto dell’Antico Testamento; infine, risuona l’appello alla conversione e allafede battesimale.

 

33. Una precisa scelta

La conversione missionaria dell’azione ecclesiale esige che si riporti al centro il primo annuncio della fede. Esso è «compito della Chiesa in quanto tale e ricade su ogni cristiano, discepolo e quindi testimone di Cristo». Il primo annuncio oggi è una dimensione che deve attraversare ogni proposta pastorale, anche quelle rivolte ai battezzati: di esso «vanno innervate tutte le azioni pastorali».

Nelle nostre comunità incontriamo persone che hanno conosciuto Gesù e il suo messaggio, ma non hanno ancora maturato una personale decisione di fede.

Ciò che risplende è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto».

 

34. Particolare impegno dei laici

Se tutta la comunità cristiana deve essere impegnata nel primo annuncio – che si nutre di incontri, relazioni, dialogo ed empatia – è importante sottolineare la centralità dell’impegno dei laici, proprio per la loro specifica missione di rendere presente il Vangelo nei diversi ambienti della vita quotidiana. Si sottolinea che la bellezza e l’intensità delle relazioni, vissute in esperienze di piccoli gruppi nell’ambito della comunità parrocchiale, accompagnano la maturità della fede e arricchiscono l’esperienza spirituale.

 

NEI LUOGHI DELLA VITA QUOTIDIANA

35. Il primo annuncio, «metodo» pastorale

In primo luogo, infatti, è necessario testimoniare l’amore di Dio con l’attenzione all’altro e, quindi, con le opere in suo favore: «Mettere la persona al centro costituisce una chiave preziosa per rinnovare in senso missionario la pastorale e superare il rischio del ripiegamento, che può colpire le nostre comunità».

Occorre soprattutto partire dalle esperienze che costellano la vita di ciascuno, da quel desiderio di una vita felice che è l’inizio e il punto d’arrivo di ogni avventura umana e cristiana. «Gesù invitaquanti lo hanno riconosciuto come Cristo e Signore ad ascoltare con attenzione e rispetto ledomande che salgono dal cuore degli uomini e delle donne: “Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione?” (Lc 11,11-12).

 

36. Il primo annuncio, offerta di compagnia e speranza

Abitare con passione, compassione e speranza la quotidianità è una delle esperienze umane più belle che possiamo mettere in atto.

Il primo annuncio è fecondo proprio perché permette al cristiano di entrare nel territorio affascinante degli interrogativi e delle esperienze umane come soglie di senso.

 

37. Essere figli

Tutto questo diviene anche soglia possibile di fede, perché un bambino con la sua semplicità e il suo abbandono può far emergere interrogativi esistenziali assopiti; può risvegliare nell’adulto atteggiamenti dimenticati, quali la fiducia, il senso di figliolanza, la gratuità, la grazia; può far riscoprire la paternità di Dio e l’atteggiamento di essere figli che dipendono da Lui anche quando siamo nel pieno delle forze. Tale consapevolezza anima la speranza: essa suppone un futuro da attendere, da preparare, da desiderare. Per questo il riscoprirsi figli, nell’esperienza della genitorialità, mette allo scoperto l’autenticità della propria vita e la rinvia alle sue ragioni più profonde e vere.

 

38. Essere cercatori

Per comprendere meglio può aiutare la distinzione tra vagare e viaggiare: il vagabondo è colui che passa da un’esperienza a un’altra senza orientamento, perché non ha in precedenza operato una scelta. Si tratta di una situazione che fotografa non solo i giovani, ma qualsiasi età. Il viaggiatore, invece, è chi ha operato una scelta e cerca, attraverso la pluralità dei cammini fisici o simbolici, la giusta direzione per raggiungere la meta.

L’esperienza del viaggio è soglia potenziale di fede. La Bibbia è ricca di viaggi, di salite sui monti, di traversate di deserti e mari: tutte metafore dell’incontro con Dio. Quando la ricerca di senso diventa ricerca di Dio, allora il viaggio si trasforma in pellegrinaggio, caratterizzato da una tensione mai sopita.

Cercare racchiude in sé anche la possibilità di sbagliare, di prendere delle sbandate, di sciupare le proprie potenzialità: lo stesso errore può essere, però, una grande soglia della fede, perché può permettere di incontrare il Dio che nella sua misericordia libera dalla schiavitù, riapre cammini nel deserto, rimette in piedi, ridona udito e parola. Il viaggio prende così il senso di una «conversione», di un ritorno che fa crescere: «Ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12).

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